
La Mozione Cota per l'istituzione di classi-ponte finalizzate alla preiscrizione dei bambini stranieri desta perplessità e preoccupazione.
La scuola, in quanto educante, è il luogo privilegiato in cui le culture si incontrano, si conoscono, si apprezzano; dove si formano menti aperte in identità solide. Un luogo in cui, se non ci sono inquinamenti da parte degli adulti, i ragazzi riescono a comunicare, a conoscersi, a stabilire un clima di rispetto reciproco. Ciò stando insieme e condividendo momenti di fatica dell'apprendere e momenti di serena attività ludica, conoscenza delle regole e ricchezza dell'amicizia.
Certamente l'ingresso degli alunni stranieri nelle nostre aule pone problemi sul piano organizzativo e su quello didattico. Una questione complessa che esige studio approfondito, confronto serio e sereno. Si tenta di imboccare invece la via della semplificazione: fare presto attraverso scorciatoie; e se qualcuno rimane sul campo, pazienza.
Nascono così le classi-ponte a fronte delle classi permanenti. Lo si fa per il bene dei bambini? Crediamo nella buona intenzione, ma non condividiamo la scelta.
Collocare in una sorta di limbo con percorsi monodisciplinari e per tempi lunghi questi ragazzi significa alzare invisibili barriere, far sentire la diversità non come risorsa ma come inciampo: si rallenta lo svolgimento del programma! Come se il cuore della scuola fosse tutto qui senza tenere conto, noi adulti docenti e genitori, dell'arricchimento umano, del valore dell'accoglienza, dell'aprirsi di orizzonti più ampi che lo stare fra diversi consente alla formazione del singolo.
È vero che la non conoscenza della lingua è ostacolo da rimuovere, ma non attraverso la rimozione o lo spostamento delle persone. Si potrebbe pensare, e ce ne sono di esperienze in tal senso, ad affiancare all'inserimento a pieno titolo in una classe, momenti specifici e mirati perché il bambino straniero possa, nel piccolo gruppo, apprendere la lingua veicolare. Questo richiede professionisti di scuola competenti, ma ciò vale per rispettare il diritto di ogni ragazzo al di là di ogni logica di risparmio. Richiede un gradiente etico di chi nella scuola lavora per non essere egli stesso a veicolare l'idea dello "straniero seccatura".
La separatezza non crea interazione e l'interazione, in quanto processo, richiede tempi lunghi, ma fa intravedere esiti formativi di qualità umana. Non possiamo rinunciarci, proprio perché al centro abbiamo collocato la persona, portatrice di un diritto di piena cittadinanza da onorare con investimenti, risorse e soprattutto convinzione che l'incontro è condizione di condivisione, la condivisione di apprezzamento, l'apprezzamento di mentalità di pace.
La Presidenza nazionale Aimc
Roma, 17 ottobre 1008