percorsi formativi

Sintesi dell’incontro
“Reti di cura e contesti da re-inventare” 
relatore: Bruno Forte

 

Nizza Monferrato. Venerdì 17 aprile presso il Foro Pio Corsi si è tenuto l’incontro formativo Reti di cura e contesti da re-inventare, organizzato dalla sezione nicese dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici con il patrocinio del Comune di Nizza. I lavori sono stati aperti dall’Assessore alla Cultura e alla Pubblica Istruzione Giovanni Carlo Porro e coordinati dalla Presidente dell’Aimc-Nizza Marina Alberto. È intervenuto il professor Bruno Forte, formatore all’Università di Trieste e per l’Ufficio Scolastico Regionale del Friuli.

Bruno Forte ha presentato una relazione ricca di stimoli, collegando le problematiche educative più attuali e concrete ai risultati delle ricerche sull’educazione e sulla co-costruzione della conoscenza. Innanzitutto ha sottolineato la necessità di dare all’educazione una declinazione plurale, dal momento che essa non è monopolio di una sola agenzia educativa a discapito delle altre, ma è piuttosto un diritto del soggetto in formazione. La famiglia, scuola e le associazioni del privato sociale hanno ruoli educativi complementari, da far con-vergere a servizio dei minori.
Come costruire insieme una rete di cura? Le relazioni di aiuto non devono essere di tipo assistenzialista, troppo soffocanti e inglobanti, ma devono lasciare ai bambini e ai ragazzi lo spazio di crescere e individuare la propria strada, la propria originalità. I genitori possono “dare le radici” che strutturano la personalità dei propri figli, ma poi devono lasciare loro la possibilità di “mettere le ali” rispettando lo sviluppo di prospettive che possono essere diverse da quelle che avevano immaginato. Anche per la scuola e i centri educativi è auspicabile una “pedagogia della soglia”, che accompagni gli alunni ma lasci a loro la responsabilità dell’ultima mossa per risolvere i problemi, senza “invaderli”. Quella a cui si riferisce Bruno Forte è una “educazione ecologica”, cioè complessiva, una proposta e non una imposizione, nella consapevolezza che si può ricevere un rifiuto, un “no, grazie!” (a volte anche senza grazie…), occorre lasciare ai ragazzi la libertà di crescere. Come aveva evidenziato Maria Montessori, ogni aiuto inutile è un ostacolo allo sviluppo, occorre evitare i messaggi sostitutivi perché sono paradossali espropriazioni, si trasmette il messaggio che “tu non sai, non puoi, non vuoi”, invece occorre innescare un processo di decentramento dall’adulto.
Per questo è necessario porsi in atteggiamento di ascolto, non solo retorico (come si legge in La pédagogie, entre le dire et le faire di Philippe Meirieu). Per trasmettere i valori, infatti, gli educatori per primi devono testimoniarli nei comportamenti, nello stile di insegnamento, nel modo di vivere e rapportarsi. Molta parte dell’educazione, sottolinea Bruno Forte, emerge dal tacito, dal “clima”, da ciò che avviene “sotto il banco”, cioè che non è immediatamente esplicito. Talvolta l’espressione “il bene del bambino” nasconde la volontà di esercitare un potere sull’altro. Viceversa occorre promuovere la capacità dei ragazzi di esercitare un potere su se stessi (empowerment). Chi educa ha certamente un ruolo di potere asimmetrico, ma questo deve essere esercitato con responsabilità, per rispondere ai bisogni dei soggetti in formazione. Per questo è necessario un ascolto attivo, partecipante, che permette di accostarsi alle rappresentazioni dei bambini e dei giovani su di sé e sugli altri, per costruire insieme un progetto.
Bisogna uscire dall’ossessione del controllo “panottico” (dal punto dell’architettura delle carceri dal quale tutto si vede) globale: come sottolineava Don Milani, l’educazione come pre-visione, rimozione degli ostacoli alla consapevolezza, è un momento delicatissimo: la meta di questo percorso va sempre condivisa con il ragazzo.
Molti aspetti di questo processo attraversano dimensioni inconsce, sfumature difficili da percepire, per questo è complicata la questione della valutazione: perché l’educazione non è fatta da ciò che si dichiara, il prendersi cura passa tra ciò che diciamo e ciò che facciamo, come aveva detto Paulo Freire: l’unico modo di trasformare la realtà è entrarci dentro, comprendere e “coscientizzare”. Secondo la Dichiarazione sulla libertà religiosa del Concilio Vaticano II Dignitatis Humanae la coscienza è dove Dio abita. Elaborare un progetto è difficilissimo perché implica la ricostruzione profonda delle nostre strutture incoscienti. Secondo il messaggio cristiano, tuttavia, si può riconoscere la forza nella propria debolezza (Paolo, Marco). In questo senso, l’educazione è intesa come liberazione di se stessi e dei soggetti in formazione, mettendosi al servizio dei più deboli. Anche nel rapporto con i diversamente abili, pensare che c’è una forza sotto la debolezza consente di intendere la leggerezza del dono come desiderio dell’altro.
Come affrontare quindi il problema del coordinamento e dell’organizzazione tra agenzie diverse, con culture diverse? Bisogna uscire dal culto dell’immagine e dalla competizione per conquistare gli “utenti-clienti” e sottrarli alle altre agenzie del “mercato” passando piuttosto a un render conto di tipo diverso, volto a divenire consapevoli dei processi educativi e restituirli alla comunità (accountability).
I ragazzi sono i destinatari delle nostre cure. Oggi rivolgiamo queste cure sempre più spesso a persone che vengono da lontano, hanno altre culture. Sarebbe interessante considerare anche come loro vedono noi, e non solo come noi vediamo loro. Invece sembra tuttora diffuso l’atteggiamento dell’arcivescovo francese fondatore delle scuole in Algeria, che intendeva conservare il carattere cristiano e europeo per “far salire gli algerini verso di noi”, e non “scendere verso di loro”. I colonizzatori, e anche alcuni missionari, pur con tutti i loro meriti, hanno agito in questo modo, credendo di emancipare, mentre è possibile tentare di emancipare solo noi stessi. Occorre essere consapevoli dei nostri limiti e della nostra ignoranza, “guardare sempre più lontano” (Baden Powell). Le relazioni non sono mai neutrali, ma sempre interessate, nel senso dell’inter-essere dei soggetti coinvolti. Questo è particolarmente evidente oggi, dal momento che non siamo più in un uni-verso,  ma in un pluri-verso.
Sul territorio è dunque necessario rapportarsi tra soggetti e agenzie educative diverse. Accade in alcuni contesti che si manifesti rivalità: ciascuno persegue i suoi obiettivi e cerca di “occupare” spazi e tempi dei ragazzi, “sezionandoli” in dimensioni distinte. Invece occorre occuparci di loro senza invaderli. Per questo il rapporto tra agenzie educative deve passare dalla diffidenza alla confidenza, dai pregiudizi alla corresponsabilità solidale. Questo passaggio è possibile se si lavora insieme, solo così cadono le barriere: occorre costruire territorialmente un patto educativo, ragionare intorno a un tavolo sui significati e le proposte, che andranno condivise gradualmente. Lavorando insieme ogni agenzia potrà pian piano prendere coscienza dei problemi e dei punti di forza delle altre. L’educazione infatti non è di nessuno, non è una proprietà, ma si sviluppa integrando prospettive diverse, tutte parziali. I mondi formativi non sono “buoni in sé”, ma sono tutti fragili, perché costituiti da persone. Si tratta comunque di mondi diversi e interconnessi. Se si sviluppa interdipendenza e reciprocità, prendendo in considerazione l’altro si scopre il proprio specifico, da integrare con azioni di sussidiarietà. Ogni agenzia deve essere in grado di esprimere le proprie potenzialità per ampliare le possibilità formative dei ragazzi.
Su questo gioca un ruolo importante il Comune. L’ente locale ha il compito di fornire una specie di regia, una sintesi politica (non partitica) dell’organizzazione della città (del territorio) per favorire l’incontro e negoziare l’utilizzo delle risorse pubbliche, invitando a cooperare e non a competere attraverso le sue scelte politiche. Prenderci cura può così aiutare a scoprire la vocazionalità educativa di ciascuno, rompendo l’idea “confinale”: i bambini non sono “di questa scuola” o “di quel centro ricreativo”: invece di ostacolare le iniziative delle altre agenzie è importante costruire insieme un patto educativo. Si tratta di una strada molto difficile, segnata normalmente da molte resistenze. Però se siamo davvero di fronte a una emergenza educativa, questa va intesa non solo come comparsa di problematiche nuove, ma anche come “emersione del sommerso”. C’è una grande “incultura della scuola”, occultata da grandi retoriche vuote di contenuto educativo: i bambini non sono “cittadini del futuro”, come si sente dire con enfasi, ma sono cittadini oggi, sottolinea Bruno Forte. Invece di tentare di dimostrare che una cultura della scuola è migliore di un’altra,  invece di verticalizzare, occorre partire dal territorio per riflettere intorno alla co-costruzione di una cultura della scuola condivisa, anche a partire da micro-esperienze. Come avverte Saint-Exupéry, se non si segue un progetto comune, portando pietre nello stesso luogo invece di edificare una cattedrale si rischia di ottenere soltanto una pietraia. Occorre un progetto per raggiungere buoni risultati. A Nizza, conclude Bruno Forte, si può iniziare a progettare, partendo da un percorso tra adulti, mettendosi a un tavolo insieme tra genitori, educatori e insegnanti, per poi organizzare per i ragazzi una pluralità coerente di offerte formative.
Nel dibattito che ha seguito la relazione sono state affrontate questioni complesse come quella delle regole nel rapporto dei genitori con i figli adolescenti. Le regole devono essere poche ma essenziali e negoziate attraverso l’esempio, non semplicemente imposte per evitare mascheramenti, con la consapevolezza che la trasgressione è naturale in quella fase della vita e può anche essere una richiesta di aiuto. Sulle relazioni scuola-famiglia Bruno Forte si è detto critico verso le interazioni tra genitori e insegnanti basate su rituali e ruoli predefiniti, sottolineando che è necessario uscire da schemi sterili e aprirsi al confronto puntando sugli obiettivi condivisi e sull’ascolto del bambino. Un altro argomento toccato è stato il tempo del gioco alla scuola dell’infanzia. Il professore ha consigliato di sperimentare percorsi didattici innovativi, senza rifarsi acriticamente alla tradizione, a ciò che si è sempre fatto, ma interrogandosi sulle ragioni pedagogiche e sullo sviluppo delle competenze sottese alle attività con i bambini.